“Sardegna, Mediterraneo, Europa: nuovi processi di integrazione”

“Sardegna, Mediterraneo, Europa: nuovi processi di integrazione”

“Sardegna, Mediterraneo, Europa: nuovi processi di integrazione”.

Il primo di una serie di incontri di approfondimento sui temi dell’immigrazione, organizzato da Acli provinciali di Cagliari, Ipsia Sardegna, Associazione Amal e Tiria Noa ha offerto ai partecipanti una visione quantitativa e qualitativa della presenza straniera in Sardegna. I numeri dell’immigrazione regolare in Sardegna, la provenienza degli stranieri e la crescita della popolazione straniera nell’isola. E poi ancora i dati qualitativi sulla loro presenza nel territorio: chi sono queste persone? Che cosa fanno e cosa pensano della propria vita in Sardegna?

La Sardegna ospita lo 0.9% degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia. Riportato alle cifre locali, si tratta del 2,8% della popolazione sarda che al 31/12/2015 ammontava a 1.658138 unità. In totale gli stranieri residenti nell’isola sono 47425 (56% donne e 45,6% uomini). Nel 2015, la città di Cagliari ha visto aumentare la propria popolazione straniera di 613 unità, arrivando a toccare quota 7754.

Il 52,64% (24969 unità) degli stranieri proviene dall’Europa, in particolare da Romania, Ucraina e Germania; segue il continente Africano che dal 2004 al 2016 ha visto un decremento della popolazione che decide di stabilirsi nella regione (il 24,43%, pari a 11588); lo stesso decremento lo hanno subìto paesi come la Cina e le Filippine che si sono fermate nel 2016 rispettivamente a quota 3208 e 1806 unità.

Da un campione di stranieri intervistati nell’ambito di uno studio del 2015 di Ipsia Sardegna è emerso che gli stranieri presenti nell’isola sono qui prima di tutto per ragioni di lavoro (47%) o di ricongiungimento familiare (24%); per la maggior parte hanno un titolo di studio di scuola superiore (42,8%) se non addirittura universitario (38%), ma tutti gli intervistati hanno dichiarato di svolgere un lavoro che non ha nulla a che fare con gli studi fatti. Poco meno della metà è occupato (43%); più della metà (62%) vive con la famiglia e nella quasi totalità dei casi sentono i propri figli integrati nella società (70%); quasi tutti hanno contatti con associazioni (81%) e in molti fanno parte di associazioni (62%). Quasi tutti leggono i quotidiani (70%); fra coloro che professano una religione oltre la metà (62%) ritiene che i sardi rispettino la loro religione. Più della metà (57%) ha una cerchia eterogenea di conoscenze che è composta da italiani, connazionali e altri stranieri ma solo il 30% pensa che la società sarda li aiuti davvero ad integrarsi.

Ma cosa vuol dire davvero integrazione? Quale significato ha per noi sardi e quale invece per gli stranieri? Si tratta di un concetto soltanto nostro, del quale solo noi abbiamo bisogno o si tratta invece di un’idea che può essere largamente condivisa? Partendo dal presupposto che alla base ci debba essere una conoscenza e un rispetto – da entrambe le parti- delle regole del luogo nel quale si vive, forse quando parliamo di integrazione dovremmo parlare di incontro e più che di omologazione alla cultura del paese ospitante.

 

“Sardegna, Mediterraneo, Europa: nuovi processi di integrazione”.

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