Il 4 aprile, Monsignor Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e vice presidente della Conferenza episcopale italiana, si è recato in Ucraina, nella città di Leopoli, per una visita all’arcivescovo latino, monsignor Mieczysław Mokrzycki. Con lui era presente anche don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italia. Questo incontro è nato dal rapporto di profonda amicizia che lega i due prelati dai tempi degli studi a Roma. Monsignor Baturi, come segnalato dai comunicati della diocesi cagliaritana, ha portato al confratello ucraino “la solidarietà spirituale della chiesa cagliaritana, impegnandosi ad assicurare atti concreti di sostegno per le urgenti necessità umanitarie”. Monsignor Baturi si è soffermato a raccontare alcune impressioni della sua breve visita.
Questa preziosa intervista è stata pubblicata su Da Capo di maggio, il mensile delle Acli sarde; potete scaricarlo dalla homepage del sito delle Acli della Sardegna.
La Guerra in Ucraina ha colpito al cuore l’Europa e interroga la comunità dei cristiani su come affrontarla, tenendo fermi i gesti e le parole del Papa. Lei è legato da un rapporto amicale, che deriva da studi comuni a Roma, all’arcivescovo monsignor Mieczysław Mokrzycki. Che tipo di messaggio, attraverso il suo viaggio, ha voluto portargli?
Mi sono recato in quella terra martoriata dove ho incontrato un caro amico ed ho avuto modo di rassicurarlo riguardo la vicinanza della nostra diocesi. Ho constatato le ferite di quella nazione, il senso di paura e precarietà che si avverte quando si attivano gli allarmi nella città, il bisogno di un supporto fraterno per lenire le sofferenze di una popolazione duramente provata. La gratitudine di quella chiesa non riguarda solo l’invio, da parte nostra, di beni materiali, ma soprattutto la vicinanza fraterna e orante. Sono certo che poiché Cristo è la nostra pace, ogni gesto di amore costruisce la pace.
Che riscontri ha avuto in merito alla situazione dalla comunità cattolica locale?
È stato bello vedere una chiesa, e i sacerdoti in particolare, mobilitata, come il buon samaritano, a dare aiuto alle persone sofferenti, senza distinzione di appartenenza politica e religiosa. Il dolore presente si somma alla preoccupazione già avvertita per il futuro, tempo di ricostruzione materiale e spirituale. Ho potuto respirare una grande determinazione a conservare la dignità di nazione e a resistere all’ingiusta aggressione.
Può raccontarci le sensazioni e emozioni provate?
La situazione suscita angoscia e dolore, oltre che la più ferma condanna. Siamo dinanzi ad un emergere continuo di gravi atrocità. Crudeltà sempre più orrende, compiute anche contro civili, donne e bambini inermi. Sono vittime il cui sangue innocente grida fino al Cielo e implora. L’auspicio è quello che si metta fine a questa guerra e si facciano tacere le armi. Si smetta di seminare morte e distruzione.
La comunità cagliaritana si sta attivando in tanti ambiti per venire incontro ai bisogni degli ucraini, cosa potremmo fare ancora?
Non possiamo voltarci dall’altra parte, non vedere e udire. Lo sguardo dei bambini che con le loro mamme lasciano il confine, con pochi bagagli, in cerca di un rifugio, chiedono il nostro impegno a favore del bene prezioso della vita e dell’inviolabile dignità dell’uomo. La volontà di morte che si scatena con la guerra è radicata in uno squilibrio radicale che avvelena il cuore dell’uomo, abitando anche le nostre società e le nostre case. Non abituiamoci al male e perché ciò accada è fondamentale l’impegno di ciascuno. Approfitto di questa occasione per esprimere il mio apprezzamento nei confronti dell’impegno costante delle Acli in Ucraina e non solo, come preziosa testimonianza dei valori della pace e dell’accoglienza.
Lei è anche vice presidente della Conferenza episcopale italiana, quale è la posizione ufficiale della CEI?
È stata ribadita dal principio e sostenuta a più riprese. Noi credenti non perdiamo la speranza su un barlume di coscienza di coloro che hanno in mano i destini del mondo. Ci appelliamo alla coscienza di quanti hanno responsabilità politiche perché tacciano le armi. La nostra fede, la carità delle nostre mani sia un argine al male degli uomini. La memoria di quanto accaduto nel Vecchio Continente nel secolo scorso deve indurci a rinnegare ogni discorso di odio e ogni riferimento alla violenza, spronandoci invece a coltivare relazioni di amicizia e propositi di pace.










