Uso e spreco del bene più prezioso, l’acqua; come intervenire?

Il 22 marzo di ogni anno si celebra la “Giornata Internazionale dell’Acqua” con lo scopo di sensibilizzare sulla riduzione della qualità e quantità di risorse idriche disponibili sul pianeta per garantire la sopravvivenza di piante e animali e, non ultimo, del genere umano. Quest’anno il tema è particolarmente rilevante: un recente report tecnico del Joint Research Center, centro di ricerca indipendente di supporto alle politiche della Unione Europea, indica che molte delle regioni meridionali e occidentali dell’Europa soffrono di una grave scarsità idrica e che gli effetti della siccità già sono notevoli in Spagna, Francia e nell’Italia Settentrionale. In queste regioni si tratta del secondo anno di seguito di siccità forte, con gravi conseguenze per il comparto agricolo, quello turistico e di numerosi settori produttivi.

A dispetto dello stupore che questa situazione sta suscitando, non è la prima volta che la siccità colpisce il Nord Italia. Ciò che è nuovo è la durata della siccità e le conseguenze che sono il risultato della progressiva e costante riduzione delle precipitazioni. E la situazione non andrà a migliorare dato che il recente report dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) indica che con le tendenze attuali al 2100 si avrà un aumento della temperatura media del pianeta pari a 3,2 gradi centigradi; ma basta un aumento della temperatura di 1,5 gradi centigradi per destabilizzare il funzionamento del clima del pianeta in maniera irreversibile, come mostrato da Johan Rockstrom, Direttore del Postdam Institute for Climate Impact Research, in un video pubblicato dal World Economic Forum. Il recente report dell’IPCC punta il dito con assoluta certezza verso le attività antropiche che, in soli due secoli, hanno alterato il ciclo della CO2 e dei gas climalteranti, con un aumento repentino della presenza di questi gas in atmosfera, superiore a quello che si è avuto nell’intera storia precedente del pianeta, come mostrato anche dagli studi sui ghiacci polari.

È necessario agire in fretta e senza ripensamenti per contenere l’aumento della temperatura e permettere ancora la vita umana sulla Terra. Tuttavia, anche nella migliore delle ipotesi (e non sembra la situazione più probabile) con l’alterazione del clima già in atto occorrerà convivere a lungo. I fenomeni siccitosi, sempre più frequenti e più lunghi, ci accompagneranno per il resto della nostra vita. Bisogna dunque porre in essere immediatamente misure di adattamento che permettano di ridurre le conseguenze, garantendo l’approvvigionamento idrico per una produzione agricola in grado di sfamare la popolazione del pianeta e soprattutto per gli usi idropotabili affinché sia assicurato il mantenimento di livelli sanitari elevati: negli anni ’90, in Inghilterra, la privatizzazione e il conseguente aumento del prezzo dell’acqua provocò una riduzione dei livelli di igiene e un aumento di patologie che si ritenevano un retaggio del passato.
In Italia, a pagare il prezzo della scarsità idrica è, in questo momento, il comparto agricolo e agroalimentare con un notevole impatto per l’economia del Paese, oltre che per la sua indipendenza alimentare. Le misure verso le quali si punta sono misure infrastrutturali: creare bacini di stoccaggio delle precipitazioni (ottima soluzione per raccogliere le acque piovane, quando piove) e la dissalazione dell’acqua di mare. A dispetto di quanto si legge o si sente sulla stampa nazionale, si tratta di una tecnologia consolidata, adottata già da decenni in numerosi paesi del mondo, dalla Spagna a Malta, alla Giordania ai ricchi paesi del Golfo Persico. Ma si tratta di una tecnologia che ha elevati costi economici e ambientali. Il costo economico a cui ci riferiamo non è quello legato all’investimento iniziale per la costruzione dell’impianto, ma quello legato al suo funzionamento, agli elevati costi energetici e di manutenzione. In questo senso, la ricerca ha fatto passi avanti: era ancora il secolo scorso quando il premio Nobel Carlo Rubbia propose dissalazione ad energia solare ed oggi diversi di questi impianti sono in funzione nel mondo. La ricerca non ha però risolto un altro problema: gli impianti più efficienti, quelli ad osmosi inversa, eliminano totalmente i sali dall’acqua marina (che per poter essere utilizzata viene poi successivamente trattata e addizionata dei sali necessari). I sali estratti dall’acqua di mare sono uno scarto che al momento non viene riutilizzato, benché contenga elementi chimici che avrebbero un riutilizzo vasto nelle attività produttive. Oggi questo scarto viene rilasciato in mare, dove letteralmente brucia le praterie di Posidonia oceanica, con danni enormi alla biodiversità e quindi alla pesca, e aumentando il rischio di erosione costiera. Attorno all’isola di Malta è presente un deserto sottomarino causato dalla dissalazione dell’acqua.

Occorre cautela quindi nel ridurre la crisi idrica ad una questione infrastrutturale.
La Sardegna rappresenta in questo senso un esempio virtuoso da seguire: a dispetto di piani che prevedevano la costruzione di decine di nuovi bacini artificiali, è stato l’investimento sulla governance della risorsa idrica e sulla pianificazione a evitare che si ripetessero negli anni più recenti le conseguenze della pesante siccità di inizio secolo, con gravi restrizioni all’erogazione anche all’uso idropotabile. Ciò che ha evitato grosse crisi idriche è stata la costruzione di un sistema idrico integrato interconnesso tra nord e sud dell’Isola con la gestione affidata a un solo ente regionale, l’ENAS, che monitora quotidianamente il livello di risorsa stoccata e che pianifica, in base ad una programmazione pluriennale, la quantità di acqua grezza da rilasciare ai soggetti che si occupano del comparto civile ed industriale e a quelli che si occupano del comparto agricolo. A questo, si è aggiunto un lavoro ancora in corso per l’uso efficiente dell’acqua in agricoltura (con notevoli investimenti diretti anche da parte dei singoli agricoltori) e alcuni investimenti infrastrutturali mirati, come quello per il trattamento avanzato delle acque reflue, che hanno permesso di ridurre il consumo e sfruttare risorse idriche non convenzionali.
Molto deve essere ancora fatto: interventi per minimizzare le perdite idriche di sistema, ulteriori interventi sui depuratori per un trattamento avanzato delle acque reflue ottenendo acque utilizzabili in molti ambiti, e promuovere una capillarizzazione dell’uso efficiente delle risorse idriche in agricoltura e negli altri ambiti produttivi sono le sfide che ogni gestore deve affrontare e vincere nei prossimi anni.

Il cittadino ed il consumatore hanno anch’essi un ruolo fondamentale in questa transizione: non basta solo ricordarsi di chiudere il rubinetto quando ci si insapona sotto la doccia o ci si lava i denti. È necessario andare oltre e ridurre l’impronta idrica nascosta nei cibi che mangiamo e nei vestiti che indossiamo: le pratiche di economia circolare vanno in questa direzione. Le ACLI da tempo sono tempo impegnate nel promuovere progetti di economia circolare che riducendo gli sprechi e i rifiuti, permettono di “allungare la vita utile” dell’acqua contenuta nel cibo che buttiamo e nei vestiti che non utilizziamo più. Negli anni 2018-19, è stata realizzata la campagna di sensibilizzazione delle ACLI Regionali, con il sostegno del Fondo 5x mille Acli e della Fondazione di Sardegna, contro lo spreco alimentare: si è trattato di un progetto concreto contro lo spreco e la povertà alimentare, per educare i cittadini ad un’idea di consumo sostenibile e per diffondere un modello socioeconomico a ridotti impatti ambientali e sociali e duraturo nel tempo. Alla base della campagna vi è l’intenzione di promuovere un cambiamento significativo dei modelli di produzione e consumo e degli stili di vita, nell’ottica della promozione dello sviluppo sostenibile dei territori e delle comunità. Obiettivi e ambizioni a lungo termine che le Acli sarde hanno inteso raggiungere anche attraverso la creazione a livello locale di reti con le istituzioni pubbliche, le aziende e i soggetti privati che operano nel settore della solidarietà per l’attivazione di interventi coordinati di contrasto allo spreco e di recupero, a fini caritativi, delle eccedenze. Partito prima della pandemia, e tuttora in corso, è anche il progetto “Abitiamo il riciclo” che vede il coinvolgimento di giovani volontari che verranno sensibilizzati al tema dell’economia circolare, di donne immigrate che apprenderanno l’arte del cucito da sarte esperte per imparare un mestiere e rendere concreto il processo di integrazione. Perché anche la produzione di vestiti comporta consumo di acqua e altre materie prime e dunque anche in questo ambito bisognerebbe fare maggiore attenzione. Il progetto prevede la raccolta di abiti e accessori usati grazie alla collaborazione dell’associazioni Acli dislocate nel territorio e delle Chiese che collaborano con i vari Circoli. Tutti i capi donati verranno recuperati, se in buone condizioni, o trasformati in nuovi capi, se in condizioni che non permettono il riutilizzo. Attraverso la loro donazione o la diffusione attraverso aste di beneficenza, si raccoglieranno fondi che permetteranno di aiutare le persone bisognose e il finanziamento di nuovi progetti solidali. Nell’ambito del progetto, le Acli provinciali di Cagliari hanno organizzato anche quattro laboratori di cucito: S.O.S. riparazioni sartoriali, Taglio e cucito per principianti, Accessori per capelli e Realizzazione borse. Quattro percorsi di formazione dedicati a chi vuole iniziare a cucire, ma anche a coloro che vogliono portare avanti la propria passione specializzandosi.
Chi volesse contribuire al progetto donando abiti usati, può contattare la sede ACLI di Decimomannu al 348 382 2827 o recarsi in via Aldo Moro 1 (accanto al CAF) il martedì e giovedì dalle 9.30 alle 12.30 e il mercoledì dalle 15.30 alle 17.30.

Vania Statzu

(Crediti: la foto della diga di “Monti di Deu” è tratta dal sito dell’ENAS, è stata fatta da Roberto Salgo e pubblicata su “Dighe della Sardegna”, ed. Poliedro, 2011; la cartina dell’Italia con le criticità idriche è in licenza Common Creative e rappresenta Standardized Precipitation Index 03.2022-02.2023 Fonte Osservatorio Siccità – CNR IBE)

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