Martedì 23 aprile presso la sede delle Acli regionali in via Roma 173 a Cagliari, si terrà dalle 15 alle 19 il secondo incontro del PerCorso di educazione alla pace dal titolo Introduzione alla gestione nonviolenta dei conflitti, tenuto da Iole Madeddu. Le abbiamo fatto alcune domande per meglio capire alcune tematiche dell’incontro.
Come definirebbe la nonviolenza?
In maniera molto semplice: un efficace metodo di gestione costruttiva dei conflitti le cui caratteristiche e potenzialità saranno oggetto del laboratorio sull’introduzione alla nonviolenza del 23 aprile.
Quale è la differenza tra nonviolenza e pacifismo?
Risponderò in maniera sintetica ma spero chiara. Il pacifismo fa coincidere la pace con l’assenza di guerra. La nonviolenza opera un passaggio ulteriore non si limita a dire no alla guerra ma individua un metodo, una strategia di azione e di lotta alla violenza in tutte le sue forme: diretta, più evidente ma non necessariamente la più pericolosa, strutturale, culturale. Se pensiamo ai conflitti armati in corso, il movimento pacifista, composto da varie anime così come quello nonviolento del resto, chiede legittimamente e doverosamente il “cessate il fuoco”. È sufficiente? Direi di no. Il problema infatti non risiede esclusivamente nell’uso delle armi ma nella loro produzione. La nonviolenza in questo senso non ha dubbi: l’obiettivo è lavorare all’abolizione della produzione e della vendita di armi.
Tra le tecniche operative della nonviolenza nella gestione e risoluzione dei conflitti quali ritiene più importanti, e perché?
Non mi sentirei di classificarle in base ad un ordine di importanza. Le tecniche di azione nonviolenta nella loro applicazione devono tenere conto dei contesti, delle relazioni che in essi si sviluppano, della preparazione delle persone che le agiscono e di molto altro ancora.
Se facciamo riferimento all’attuale fase storica e al contesto internazionale, le forme di disobbedienza civile meriterebbero una particolare attenzione e sostegno.
Qual è (e quale dovrebbe essere) la relazione tra nonviolenza e vita quotidiana?
Credo che la scelta nonviolenta non possa che permeare ogni aspetto del nostro agire quotidiano. In particolare, offre una opportunità di gestire in maniera costruttiva anche i conflitti interpersonali. Il conflitto non è visto dalla nonviolenza come un qualcosa da evitare, rimuovere, soffocare ma, se gestito costruttivamente, rappresenta una risorsa, una opportunità di cambiamento e di crescita.
Quale è lo stato della nonviolenza oggi in Italia? Quali centri, organizzazioni, campagne segnalerebbe a un giovane che volesse entrare in contatto con la nonviolenza organizzata oggi in Italia?
Onestamente non saprei dire quale sia lo stato della nonviolenza oggi in Italia, sento che c’è un rinnovato interesse intorno ad essa e sono convinta che rappresenti l’unica via possibile per tentare di invertire la deriva violenta che sembra inarrestabile. Rispetto all’indicazione di organizzazioni a cui far riferimento mi sento di segnalarne una per tutte: il Centro Studi Sereno Regis di Torino che rappresenta uno dei più importanti e riconosciuti centri italiani di promozione della cultura della nonviolenza e della trasformazione nonviolenta dei conflitti.
Una delle iniziative che trovo di grande interesse è la Campagna di Obiezione alla guerra portata avanti dal Movimento nonviolento che si articola nel supporto a obiettori, disertori e attivisti nonviolenti di Ucraina, Russia, Bielorussia, Israele e Palestina anche attraverso una raccolta fondi e la sottoscrizione di una dichiarazione individuale di obiezione di coscienza alla guerra il cui testo è disponibile su azionenonviolenta.it. Un elemento estremamente interessante della Dichiarazione è la sollecitazione rivolta al Parlamento verso l’introduzione di una Legge che istituisca una Difesa civile non armata e nonviolenta. Inoltre, la Campagna chiede al Governo italiano di rispettare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che enuncia il diritto all’obiezione di coscienza e di garantire accoglienza, asilo e protezione a quei giovani di Russia, Bielorussia e Ucraina che rifiutano di prendere le armi e fuggono, o che da Iran, Israele, Cisgiordania, Palestina vogliano trovare accoglienza in Europa perché rifiutano la guerra in corso (come stabilì il Parlamento italiano nel 1992 per gli obiettori e i disertori delle Repubbliche della ex-Jugoslavia).
Quali iniziative nonviolente in corso oggi nel mondo le sembrano particolarmente significative e degne di essere sostenute con più impegno?
Anche in questo caso ne cito una per tutte: la campagna “NO MEANS NO” cha ha come portavoce la bielorussa Olga Karatch, giornalista e attivista per la pace e diritti umani, Premio Langer 2023 e candidata al Nobel per la pace 2024 e che difende il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e offre assistenza ai disertori. In ogni caso, in Ucraina, in Russia, in Israele e Palestina esistono movimenti nonviolenti la cui azione è poco conosciuta, oscurata da una narrazione incentrata sulla legittimità della difesa con le armi perché “non ci sono alternative”. In realtà, non è così. Le alternative ci sono e da molti e molte vengono percorse nel silenzio generale.
In quali campi ritiene più necessario e urgente oggi un impegno nonviolento da parte dei giovani?
Ciascuna/o di noi ha degli ambiti di interesse e in ognuno di questi ci sono spazi di intervento. In particolare, inviterei tutte e tutti ad approfondire la teoria e la pratica della nonviolenza, a trovare tempi e luoghi per confrontarsi, individuare strategie e osare, sperimentare, creare, lavorare e agire per il cambiamento perché al “non c’è alternativa” si possa rispondere, assieme: un’alternativa esiste ed è possibile.
Quali libri consiglierebbe di leggere a un giovane che si accostasse oggi alla nonviolenza?
Mi limiterò in questa sede a due suggerimenti di lettura che tengono conto anche del particolare momento storico: L’obbedienza non è più una virtù di Don Lorenzo Milani e La banalità del male di Hannah Arendt.










