Il 26 giugno è stato presentato a Cagliari il Rapporto Mete 2024 sui dati dell’osservatorio regionale delle migrazioni, redatto dal Centro Regionale Emigrazione-Immigrazione delle Acli Sardegna (CREI-ACLI). Mete ha il merito di proporre una panoramica completa e dettagliata sulla situazione demografica della Sardegna. I dati del Rapporto apparentemente sembrano allarmanti, così come le proiezioni fornite fino al 2042 o al 2050, ma si tratta di un malessere demografico strutturale, che tra alti e bassi ha contraddistinto la recente storia della nostra isola e che va letto in un gioco di scale, prendendo in considerazione una cronologia quanto più ampia possibile e includendo anche i flussi migratori.
Nereide Rudas nel volume “L’emigrazione sarda” pubblicato nel 1974, 50 anni fa, scriveva che il flusso migratorio sardo aveva origine in una delle regioni italiane più sottopopolate, in cui l’indice di densità di popolazione registrava un dato inferiore alla media nazionale, con conseguente desertificazione del tessuto rurale e isolamento. A distanza di 50 anni, la lettura proposta da Nereide Rudas dimostra come nei decenni alcune caratteristiche siano rimaste immutate. Spopolamento, migrazione e desertificazione sono tematiche ricorrenti anche tra le pagine de “Il Messaggero Sardo”, mensile destinato agli emigrati sardi e alle loro famiglie, pubblicato per la prima volta nel 1969. “Spopolamento e paesi di vecchi”, “Dissanguati dall’emigrazione”, “Sono i giovani ad andare via”, “Dell’esercito di emigrati solo pochi sono tornati”, “La crisi spopola i paesi”, “Penosa solitudine”, “Sempre più isola”, sono solo alcuni titoli estrapolati da articoli che vanno dal 1970 al 2012 e che potrebbero fare riferimento anche alla situazione odierna. Lo spopolamento è una condizione strutturale strettamente legata al fatto che in Sardegna, come evidenziato anche dall’ultimo rapporto Istat recentemente pubblicato e come riportato anche nel Rapporto Mete, la popolazione residente è al contempo tra le più longeve d’Italia e con la fecondità più bassa. La Sardegna si caratterizza, infatti, per un alto indice di vecchiaia, che classifica la nostra isola tra le regioni più anziane d’Italia; in ambito provinciale, Oristano è la più anziana tra quelle sarde. La Sardegna inoltre, con un tasso di 0,90 circa, ha per il quarto anno consecutivo una fecondità al di sotto dell’unità; a livello provinciale, il primato della fecondità più bassa spetta nuovamente a Oristano.
L’Isola è anche tra le regioni in cui si è persa più popolazione nel 2023, superata solo dalla Basilicata. Spesso, sono i piccoli comuni che ne risentono in misura maggiore. Il 74% dei comuni in Sardegna ha una popolazione non superiore ai 3.000 abitanti. Se leggiamo le aree interne e i piccoli comuni attraverso le dimensioni della geografia dei pieni e dei vuoti – comparando consumo di suolo, abitazioni non occupate, chilometri di strade in rapporto al parco autovetture, rete autostradale, trasporto pubblico locale e licenze di taxi in rapporto alla popolazione –, tra le cinque province più vuote d’Italia, quattro sono sarde. Tra queste vi è Oristano, in ragione del marginale consumo di suolo, del sistema stradale carente, della ridotta offerta e del conseguente ridotto utilizzo dei trasporti pubblici locali. Le altre tre province sono Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia Iglesias, secondo la ricerca pubblicata in “Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandono e riconquiste” (Donzelli, 2018).
Le aree interne sono spesso definite come posti “fuori dal mondo”, non solo per il paesaggio e la natura che le circonda, ma anche in considerazione dei problemi di accessibilità o la carenza di infrastrutture di trasporto. Oltre che dei servizi e del lavoro, questi territori soffrono spesso della carenza dell’offerta culturale. Il diritto alla cultura, la necessità di portare e organizzare eventi, l’impegno per arginare la povertà culturale sono obiettivi, spesso sfide quotidiane, dei piccoli centri. Piccoli centri che si vedono confrontati non solo a un impoverimento demografico ma anche a un impoverimento culturale. Da questo punto di vista, la migrazione può sottrarre risorse, energie, numeri. Da un altro punto di vista, la migrazione potrebbe aggiungere risorse ed energie. Per invertire la rotta, costruire e ricostruire un territorio, i piccoli paesi giocano un ruolo fondamentale. Come sappiamo, abbiamo chi parte; ma abbiamo anche chi resta, e sarebbe importante rivolgere l’attenzione anche su chi prende l’importante scelta di restare e impegnarsi attivamente. Di provare ad arricchire i piccoli borghi, puntando sul territorio e sulle sue peculiarità, sulle ricchezze naturali, enogastronomiche, turistiche.
E poi abbiamo anche chi torna benché i numeri siano assolutamente inferiori. Spesso si rientra in Sardegna per la qualità della vita, gli affetti, la rete familiare e sociale, a volte si tratta di pensionati che ristrutturano la casa di famiglia per trascorrervi alcuni mesi o di discendenti di emigrati che, pur avendo trascorso la loro vita altrove, acquistano una proprietà e decidono di trasferirsi nel paesino di origine degli avi. A volte a spingere a rientrare è il senso di appartenenza, il desiderio di ritornare alle origini, il riscoprire il senso di comunità, e magari la volontà di provare a costruire un’impresa, uno spazio nuovo, mettendo assieme le competenze e le esperienze acquisite fuori dall’Isola. La migrazione influisce così nel paesaggio, anche culturale, dei piccoli comuni. Per invertire la rotta, costruire e ricostruire un territorio, i piccoli paesi giocano un ruolo fondamentale.
Marisa Fois, Università di Ginevra, Isem-Cnr Cagliari

Foto Association Djelbana, Losanna









