Oggi in Italia la cittadinanza è regolata dalla legge 91 del 5 febbraio 1992 e fondamentalmente si diventa italiani se si nasce o si è adottati da cittadini italiani; è il sangue che comanda, si discende da italiani e dunque si è italiani.
Si può diventare italiani anche per matrimonio o se si è “[…]straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età” facendo domanda entro il diciannovesimo anno di vita. Quest’ultimo caso riguarda le centinaia di migliaia di figli di stranieri che, benché nati e cresciuti nel nostro paese, sono stranieri in casa perché il nostro paese non li riconosce come propri figli se non dopo 18 anni di permanenza e fedeltà. Infine, gli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e hanno un buon livello di italiano, redditi sufficienti al sostentamento, nessun precedente penale né motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica possono fare richiesta per acquisire la cittadinanza italiana. Il quinto quesito referendario dell’otto e nove giugno proponeva di abbassare questa soglia, da dieci a cinque anni: l’obiettivo era che le persone straniere che vivevano e lavoravano onestamente potessero fare domanda di cittadinanza dopo 5 anni di residenza in Italia. Il quesito è stato respinto.
Alla luce del richiamo del legame di sangue, che sembra permeare la legislazione italiana, appare incomprensibile la decisione presa dal Governo, e accettata dal Parlamento italiano, che ha tradotto in legge lo scorso maggio il decreto legge n. 36 che conteneva “Disposizioni urgenti in materia di cittadinanza”.
Questa nuova norma è rivolta ai pronipoti di emigrati italiani, blocca i gradi di ascendenza a due e impedisce gli automatismi; in buona sostanza, per i discendenti di italiani il sangue non conta più e, tranne a chi ha genitori o nonni italiani, viene tolta la possibilità di avere la cittadinanza (intervenendo perfino in maniera retroattiva). Decisione che è stata presa perché questa mole di discendenti che potrebbero approfittare della cittadinanza italiana e magari in futuro decidere di venire a vivere in Italia, “costituisce un fattore di rischio serio ed attuale per la sicurezza nazionale” (così si esprimeva in maniera letterale il decreto legge dello scorso marzo). In realtà non c’è nessun rischio invasione e soprattutto non c’era nessuna urgenza; chi era arrivato in Italia e aveva iniziato il regolare processo per ottenere la cittadinanza si è trovato in un limbo dal quale non è chiaro come potrà uscire.
Questa decisione, che è stata uno shock per gli italiani all’estero, è stata presa con estrema fretta, con uno scarsissimo dibattito politico e con un pressocché totale disinteresse da parte della stampa e del mondo intellettuale. La “calata” degli immigrati di terza generazione non esiste: benché siano lievemente aumentati negli ultimi anni gli arrivi dal Sudamerica, dove milioni di cittadini hanno origine italiana, i numeri percentuali sono sempre irrisori.
L’Italia ha un saldo demografico negativo di circa 280.000 persone all’anno, ci sono molti più morti che nuovi nati.
Ad oggi, in Italia, non vogliamo che chi lavora onestamente qui diventi cittadino dopo 5 anni, non vogliamo che chi è nato qui possa avere la cittadinanza prima dei suoi 18 anni e ora non vogliamo neanche che i pronipoti degli italiani, che andarono a lottare per vivere a migliaia di chilometri da casa, possano tornare alle loro origini portando competenze e passione; in questo modo, senza avere una chiara idea in merito alle politiche legate alla popolazione, si rischia sempre più di condannare il Paese a un inarrestabile declino demografico ed economico.
Mauro Carta, presidente delle Acli della Sardegna









