Festa della donna e divario di genere: una riflessione sui dati e sulla percezione della propria situazione

Oggi 8 marzo si celebra la “Giornata internazionale della Donna” definita generalmente “Festa della donna” ed è anche una buona occasione per riflettere sull’andamento del divario di genere. La riduzione del divario di genere è considerato uno dei limiti allo sviluppo sociale ed economico di molti paesi al punto che le Nazioni Unite dedicano alla sua riduzione un intero obiettivo, l’Obiettivo 5, all’interno dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile al 2030. Si potrebbe pensare che il tema sia di rilievo solamente per le nazioni in deficit di sviluppo, eppure anche all’interno dell’Unione Europea la strada da percorrere è ancora lunga. Lo “European Institute for Gender Equality” pubblica ogni anno il Gender Equality Index. Si tratta di un indicatore composito il cui valore varia tra zero e 100, dove zero implica la massima disuguaglianza e 100 la perfetta uguaglianza tra uomini e donne. A livello comunitario, l’indicatore assume il valore di 68,6 su 100: siamo a metà strada, e avanziamo molto lentamente, visto che nel 2013 il valore dell’indice era 63.
Se andiamo a vedere gli ambiti che compongono l’indicatore composito, notiamo che il punteggio più elevato lo si registra nell’ambito sanitario che misura la disuguaglianza nello stato di salute, i comportamenti salutisti e l’accesso ai servizi sanitari (88,7), seguito dall’accesso alle risorse finanziarie e nella situazione economica (82,6). Sotto di circa 10 punti, è l’ambito lavorativo che misura la disuguaglianza nell’accesso alle opportunità lavorative e nelle condizioni di lavoro (71,7). Ancora sotto si trova l’ambito del tempo che misura le inuguaglianze di genere nell’allocazione del tempo speso nelle faccende domestiche e nelle attività di cura e in quelle sociali (64,9); segue l’ambito della conoscenza relativo ai risultati scolastici, la partecipazione nelle attività di istruzione e formazione continua e la segregazione di genere (62,5). Infine, l’ambito del potere che misura la disparità di genere nelle posizioni decisionali (apicali) nella politica, nell’economia e nella sfera sociale (57,2). A livello di singole nazioni, a guidare la classifica c’è la Svezia con un punteggio pari a 83,9: questo significa che è il paese con la maggiore uguaglianza tra i generi, ma è ancora 14 punti sotto la parità perfetta. La Danimarca (77,8) e i Paesi Bassi (77,3) occupano rispettivamente la seconda e la terza posizione, seguite dalla Finlandia (75,4), la Francia (75,1), la Spagna (74,6) e l’Irlanda (74,3). All’ultimo posto si situa la Grecia con un punteggio appena superiore a 50 (53,4). L’Italia è in 14° posizione con un punteggio di 65. Il punteggio più elevato lo raggiunge l’ambito sanitario con 89, seguito dall’ambito economico finanziario (80,5), dal lavoro (63,2), dalla conoscenza (59,5), dall’allocazione del tempo (59,3) e, ultimo, il potere (56,9).

LA SARDEGNA
Interessante, per ciò che concerne l’ambito sanitario, sono i dati forniti da ISTAT e inseriti da ASVIS nel monitoraggio della Strategia Nazionale sullo Sviluppo Sostenibile sulla “Speranza di vita in buona salute alla nascita per le donne” che misurano il numero medio di anni di vita in buona salute per la popolazione femminile, tenuto conto della speranza media di vita alla nascita e l’incidenza delle diverse cause di morte.
Si può notare una grande disparità tra regioni italiane; purtroppo, la Sardegna è in una cattiva posizione (terzultima, seguita solo da Basilicata e Calabria con un valore di 56,3 anni, inferiore alla media nazionale di 59,3, sotto il dato maschile pari a 61,8) e questo dovrebbe fare riflettere ulteriormente sulle carenze sanitarie e su come queste vadano a gravare anche sulla qualità della vita delle donne. A livello nazionale, l’obiettivo 5 della Strategia di Sviluppo Sostenibile viene monitorato anche attraverso un indicatore che misura le differenze nell’accesso al lavoro tra donne con figli in età prescolare e donne senza figli. In un contesto di perfetta parità, il rapporto tra i tassi di occupazione (25-49 anni) delle donne con figli in età prescolare e delle donne senza figli dovrebbe essere pari a 100: invece il dato nazionale risulta pari a 73, quindi ancora distante dalla parità. In questa situazione la Sardegna fa meglio della media nazionale con un valore pari a 76,8, ma siamo ancora lontani dalla parità a dimostrazione che l’integrazione di una quota delle donne nel mondo del lavoro è fortemente dipendente dalla possibilità di ottenere un’effettiva conciliazione tra carichi familiari e contesto lavorativo. Questo è vero anche nell’ambito del “potere” dove la rappresentanza delle donne in politica è ferma al 22,3% a livello nazionale e cala drasticamente al 13,3% a livello regionale, mettendo in evidenza l’esistenza di una serie di difficoltà nella partecipazione attiva delle donne alla vita politica.

L’ANALISI IARES-SWG E LE ATTIVITÀ ACLI
Ma se questi sono dati oggettivi, ancora più importante è capire quanto le donne sarde percepiscono la propria situazione. Nell’indagine IARES-SWG sui giovani sardi tra i 18 ed i 34 anni, condotta nel 2021, vi è un dato che, nella sua entità, apre numerosi spazi alla riflessione. Infatti, per quanto riguarda le discriminazioni sul mercato del lavoro, ben 23 giovani sardi su 100 contro i 9 su 100 a livello nazionale indicano la lotta a tutte le discriminazioni come una delle misure importanti da prendere. Tuttavia, la mancanza di possibilità e pari opportunità per le donne è solo all’ottavo posto nella classifica complessiva che elenca i problemi che preoccupano i giovani sardi, indicata solamente dal 17% degli intervistati: di questi solamente 4 su 100 sono giovani maschi sardi, mentre sono 3 su 10 le giovani donne sarde ad indicarla come priorità. Le giovani donne sarde si sentono prive di opportunità e discriminate nel mercato del lavoro e la politica che dovrebbe dare delle risposte, se non si inverte il trend attuale, sarà fatta da futuri leader maschi che solo raramente mostrano consapevolezza di questa criticità.

Ed è proprio per dare risposte alle nuova generazioni di donne in Sardegna che le ACLI danno spazio a tante iniziative che promuovono il saper fare in un’ottica di economia circolare, l’accoglienza delle donne in fuga da contesti territoriali disagiati o in guerra o da un contesto familiare e sociale che le vede vittime di violenza, con una particolare attenzione per la formazione culturale e politica delle nuove generazioni anche attraverso le iniziative promosse attraverso il Servizio Civile.

Vania Statzu

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