Il presidente delle Acli della Sardegna Mauro Carta ha partecipato ieri 23 ottobre 2026 a un incontro pubblico organizzato a Casa Ofelia a Sestu da USAMI Aeronautica-Regione Sardegna, NSC Sardegna e SIAP Sardegna, sindacati delle forze dell’ordine e militari, sul tema dell’insularità.
Questo il suo intervento, ricco di spunti e riflessioni sul tema.
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Quando si parla di isole nel contesto dell’Unione Europea spesso emergono tematiche legate a svantaggi strutturali e costi di trasporto dovuti alla condizione insulare. Ma se osserviamo i dati relativi alle principali regioni insulari del Sud Europa, ci accorgiamo che le traiettorie di sviluppo di questi territori stanno prendendo strade profondamente diverse.
Posizionando la Sardegna all’interno di questo quadro comparativo. Con circa 1 milione e 560 mila abitanti, pari allo 0,35% della popolazione dell’Unione Europea, la Sardegna rappresenta la seconda isola più grande del Mediterraneo per superficie. Tuttavia, mettendo i suoi numeri a confronto con realtà come le Baleari, le Canarie, la Corsica o le nazioni insulari come Cipro e Malta, emerge con molta chiarezza che la nostra isola sta affrontando una combinazione di sfide demografiche ed economiche del tutto unica e particolarmente complessa.
Partiamo dal fattore demografico, che è forse il dato più critico
Nel decennio tra il 2015 e il 2025, mentre la gran parte delle isole europee ha visto crescere la propria popolazione — penso al clamoroso +30,8% di Malta, al +12,5% delle Baleari o al +10,7% della vicina Corsica —, la Sardegna ha registrato una perdita del 5,23% dei suoi abitanti. Soltanto la Sicilia ha mostrato un trend simile, ma la Sardegna soffre di dinamiche interne ancora più marcate.
Il primo elemento che incide è un tasso di fertilità ai minimi storici: la Sardegna registra il dato più basso dell’intero campione, con appena 0,91 figli per donna. È un valore nettamente al di sotto della media europea di 1,34 e lontanissimo da realtà come Creta, che si attesta a 1,51.
Il calo demografico ha trasformato di conseguenza anche la struttura per età della popolazione sarda. La percentuale di popolazione con più di 65 anni ha raggiunto il 27,46% (il dato più alto tra tutte le isole, contro il 21,96% della media UE), mentre la fascia dei giovanissimi (0-14 anni) si è ridotta al 9,72% (contro il 14,37% europeo).
Se guardiamo al bilancio demografico complessivo, il tasso di variazione naturale in Sardegna mostra un saldo negativo drammatico: -7,3 per mille. E a differenza di quanto accade altrove, la migrazione netta si ferma a un modesto +2,2 per mille e non riesce affatto a compensare questa perdita. La popolazione straniera residente resta infatti contenuta a circa 54 mila persone, un numero decisamente troppo basso per riequilibrare la piramide dell’età.
Un altro dato che deve farci riflettere riguarda l’istruzione universitaria
In Sardegna, la percentuale di laureati sulla popolazione totale si ferma al 18,4%. È un valore che ci pone vicini alla Sicilia (16,9%), ma lontanissimo non solo dalla media europea del 36,9%, ma anche da altre realtà insulari come le Baleari (35,2%) o Cipro, dove oltre metà della popolazione è laureata (52,1%).
Il parametro che analizza i dati sul lavoro mostra un tasso di occupazione totale in Sardegna del 58,2%. Se lo confrontiamo con il 70,9% dell’UE, con il 70,5% delle Baleari o con l’80% di Malta, vediamo quanto margine di crescita mancata ci sia ancora.
Ma il punto più fragile riguarda i giovani. Il tasso di occupazione giovanile in Sardegna è ad un drammatico 15,7%, a fronte di un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 24,6%. Significa che quasi un quarto dei giovani sardi che cercano lavoro non lo trova, e la stragrande maggioranza della popolazione giovanile resta fuori dal mercato del lavoro produttivo. Questo genera un circolo vizioso: la mancanza di opportunità spinge i giovani formati ad andarsene, impoverendo ulteriormente il territorio e alimentando quel calo demografico di cui parlavamo prima.
Passiamo all’analisi economica.
Il PIL pro capite sardo si attesta intorno ai 27.500 euro. Si tratta di un dato superiore a quello della Sicilia (23.400 €) e di Creta (19.500 €), ma significativamente inferiore alla media dell’Unione Europea, che sfiora i 40.000 euro, e più basso rispetto a isole a vocazione turistico-servizi come la Corsica (37.500 €) e le Baleari (36.100 €).
Nel settore turistico, la Sardegna registra circa 21,7 milioni di pernottamenti annui. È un numero importante, del tutto paragonabile a quello della Sicilia (23,3 milioni), ma distante dagli enormi volumi di arcipelaghi come le Baleari (73,4 milioni) o le Canarie (oltre 102 milioni). Questo ci dimostra che il nostro modello turistico, pur avendo un grande valore qualitativo, risente ancora fortemente della stagionalità e non riesce a garantire un gettito economico continuo distribuito su tutto l’anno.
Ciò che è stato analizzato si riflette sul benessere sociale delle persone. Nel 2025, quasi una persona su tre in Sardegna (29,7%) risulta a rischio di povertà o esclusione sociale. Siamo quasi 9 punti sopra la media europea (20,9%). È un dato che ci ricorda come le fragilità economiche e lavorative si traducono direttamente in una minore tenuta della coesione sociale.
Se confrontiamo l’impegno economico e i modelli di supporto dei trasporti nel panorama insulare europeo, emerge un divario strutturale evidente. La Corsica investe tra i 180 e i 200 milioni di euro annui in regimi di Oneri di Servizio Pubblico (OSP) — con una spesa che supera gli 800-900 euro per residente —, e le stesse Baleari, Canarie o isole greche destinano risorse massicce per garantire la mobilità.
La Sardegna, storicamente ferma a circa 5 milioni di euro di spesa per la sola continuità aerea stretta, mostra una spesa OSP pro capite ridotta (circa 25-30 euro per residente), sebbene per il ciclo della nuova continuità territoriale si stimino risorse aggiuntive dell’ordine di 9-10 milioni di euro annui.
I dati ci restituiscono una diagnosi inequivocabile: la Sardegna non soffre solo di una condizione geografica di isolamento, ma di una fragilità strutturale che richiede politiche straordinarie per i giovani, per il welfare, per la formazione e per una vera ed efficiente continuità territoriale.











