La crisi idrica, la sua cattiva gestione, il ruolo del capitalismo

Nel suo ultimo libro “Sete”, recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie, il geografo Filippo Menga affronta il tema della crisi idrica e delle sue molteplici sfaccettature. L’uso delle risorse è un tema essenziale e più volte lo abbiamo trattato; per questa ragione, e anche per l’attuale stato di crisi che tocca alcune parti della nostra regione, abbiamo pensato di intervistarlo.

Come possiamo inquadrare la crisi idrica che vive il nostro paese?
Dovremmo prima di tutto capire cosa intendere per crisi idrica. Oggi l’Italia è il terzo paese in Europa per disponibilità d’acqua, ma allo stesso tempo registra i consumi pro capite di acqua potabile più alti e i secondi più alti in agricoltura. Abbiamo, di fatto, una grande abbondanza della risorsa di acqua e questa situazione ha tenuto il nostro paese al riparo da situazioni peggiori; ma consumi eccessivi e sprechi mettono a rischio il futuro di questo bene comune e l’inquinamento ne mina la qualità.

In “Sete” lei presenta la crisi climatica come una crisi idrica; può spiegare cosa intende?
Il riscaldamento globale condiziona il clima e crea fenomeni meteorologici estremi come siccità e inondazioni, rendendo più difficile prevedere le precipitazioni e perfino distinguere le stagioni. In tutto il mondo, dall’Europa all’Asia, si è ormai diffuso il fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai, fatto che compromette il normale scorrimento dei fiumi e che in generale complica la gestione delle risorse idriche. Questa situazione va a incidere ovviamente anche per ciò che concerne l’agricoltura irrigua e a pioggia. La crisi idrica colpisce tutte e tutti e c’è necessità di rapportarsi ad essa in maniera seria; quando mancherà l’acqua anche nella parte del mondo più ricca, e in certi casi è già avvenuto, tutto il sistema crollerà. Il problema è che la questione ambientale non è ancora percepita nella sua rilevanza fondamentale e si seguono temi che sembrano maggiormente importanti ma che non lo sono.

Il sottotitolo del suo libro è “Crisi Idrica e Capitalismo”; il capitalismo, nella gestione dell’acqua, che ruolo ha?
Ci sono tanti esempi ma io torno sempre a quello più evidente per ognuno di noi, quello dell’acqua in bottiglia. Lo faccio sempre perché è qualcosa che abbiamo ogni giorno sotto agli occhi ma non sembriamo dargli importanza. L’acqua in bottiglia è comoda, portatile e relativamente poco costosa rispetto ad altre bevande analcoliche. Ma se la consideriamo come acqua e non come bevanda analcolica, si rivela invece piuttosto costosa, almeno in termini assoluti. Se, per esempio, un litro di acqua in bottiglia in un supermercato europeo costa in media 0,30 euro, sempre in Europa l’acqua del rubinetto costa in media 1,5 euro al metro cubo (equivalente a 1000 litri), ed è quindi circa 200 volte più economica dell’acqua in bottiglia. Ma oggi non ci sembra strano pagare cifre che ai nostri nonni sarebbero sembrate assurde per un bene che dovrebbe essere di tutti. Ricordo che quando nel 2018 l’influencer Chiara Ferragni lanciò una bottiglia d’acqua in edizione limitata al prezzo di 8 euro si levò un unanime coro di proteste da parte di politici (di tutti gli schieramenti) che giudicarono l’iniziativa immorale e non etica. Eppure, la bottiglia di Ferragni è andata esaurita in un baleno, e oggi in pochi protestano contro la mercificazione delle nostre acque perché fa parte delle logiche capitaliste. E sempre sulla base di queste logiche, malgrado ci sia stato un referendum che era esplicitamente contrario, siamo sempre a rischio anche per ciò che riguarda la privatizzazione dell’acqua pubblica.

In merito all’acqua pubblica, molti italiani continuano a non fidarsi di ciò che esce dal rubinetto di casa.
L’acqua di rubinetto in Italia è una delle migliori al mondo, è sottoposta a controlli molto frequenti e chiunque può consultare i dati sulla qualità dell’acqua nel proprio comune visitando il sito dell’ente di gestione. Non capiamo che questa è una grande ricchezza, che per gran parte della popolazione mondiale avere acqua pulita e controllata in casa è ancora impensabile. Eppure la generazione dei miei genitori non la aveva, tantissimi fino a 60 o anche 50 anni fa andavano ancora a prendere l’acqua alla fontana pubblica; abbiamo scordato questi progressi, non sembriamo apprezzarli e addirittura il 29% dei cittadini continua a non fidarsi. L’Italia è il secondo consumatore al mondo di acqua in bottiglia: questo è un fenomeno culturale, non legato alla qualità dell’acqua dei nostri rubinetti. Di fatto, non ci si fida dell’acqua pubblica come non ci si fida di tante altre cose pubbliche perché si ha scarsa fiducia nei confronti di chi amministra la cosa pubblica. La crisi, in questo caso, non è idrica, bensì sociale e culturale.

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