Mauro Carta è il nuovo presidente delle Acli della Sardegna; lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio

Puoi raccontarci le tue origini Mauro?
Sono nato a Cagliari il 5 maggio 1974 ma fino ai 18 anni ho sempre vissuto a Gesico, paese della Trexenta, di meno di 1000 abitanti. La mia famiglia ha una azienda commerciale e dunque ho sempre collaborato anche io; l’estate la passavo in negozio facendo il commesso. A undici anni ero “a libro paga” di mio padre, facevo le consegne dei giornali e delle bombole alle famiglie del paese, in cambio avevo piccoli doni e soprattutto riuscivo a mettere da parte i primi risparmi. Mi sono sempre interessato all’associazionismo perché era una maniera per vivere meglio il paese; quando avevo 16 anni con un gruppo di amici abbiamo creato una società sportiva chiamata Gruppo Autonomo Sportivo Gesico che piano piano è diventata una grande associazione. Aveva oltre 250 soci e facevamo un po’ di tutto, dalla pallavolo al calcio alla ginnastica per gli anziani, tutte famiglie del paese erano coinvolte, il genitore che faceva uno sport e il bambino ne faceva un altro. Intanto io studiavo, ho fatto ragioneria a Senorbì.

Dopo ragioneria come hai proseguito gli studi?
Mi sono iscritto in economia e commercio a Cagliari e poi durante gli studi universitari ho fatto i corsi di arbitro di calcio e di pallavolo e ho frequentato la scuola di formazione di Don Vasco Paradisi, la Scuola di fede e coscienza politica. Durante il convegno estivo di Aritzo ho conosciuto Valter Piscedda che all’epoca era presidente provinciale delle Acli di Cagliari e me ne parlò. Conoscevo le Acli perché in zia e uno zio erano stati dirigenti negli anni cinquanta. Valter mi propose di riaprire un circolo; l’idea mi piacque e allora partimmo nuovamente con le Acli a Gesico. Negli anni successivi ho ricoperto il ruolo di segretario dell’organizzazione e poi ho fatto il vice presidente con Fabio Meloni. Nel 2012 sono stato eletto presidente delle Acli provinciali di Cagliari, ho fatto 2 mandati che si sono conclusi nel 2020.
Le Acli mi hanno permesso di fare tanta formazione, attraverso corsi, laboratori, eventi, seminari e convegni e soprattutto tanti progetti; tra i più importanti ricordo il progetto per i mediatori di pace e quelli per le vittime della tratta o per i rifugiati.

Cosa sono per te le Acli?
Diciamo che per me sono una grande famiglia dove ho conosciuto tanti amici e ho fatto un’esperienza di vita. Mi hanno permesso di crescere anche dal punto di vista professionale perché, come dicevo, ho fatto fin dall’inizio tantissima formazione, come socio, come presidente di circolo e poi da segretario dell’organizzazione. Anche attraverso dei percorsi formativi molto interessanti come quello fatto a Torino sul servizio civile; sono stato uno dei primi ad averlo fatto in Sardegna, tanto che diventammo un riferimento anche per la stessa Regione per fare la formazione a tutti i responsabili dei comuni. In seguito un’altra esperienza importante è stata la scuola per i dirigenti e per la progettazione, durata due anni a Napoli e Roma: ti incontravi lì con tanti altri ragazzi e dirigenti delle Acli di tutta Italia, è stato utile anche per seguire lo sviluppo associativo e creare nuove reti.

Dunque si può dire che tu abbia da sempre fatto attività associativa?
Sì, attività associativa e politica. È una cosa che ho respirato anche in casa; mio padre faceva politica e nonostante una famiglia numerosa, siamo sei figli, è stato assessore comunale e vicesindaco. Noi andavamo a spiarlo perché il Comune stava proprio davanti a casa, mamma ci mandava a vedere se avevano finito e se stava tornando per cena. A 16 anni organizzavamo le feste in paese; era un modo per vedersi ma anche per fare attività sociale e politica insieme. Oggi invece la politica è percepita distante, come una cosa brutta ed è un peccato. A Gesico c’erano due squadre di calcio, c’era quella di sinistra, il Rapid Gesico, e quella della Democrazia Cristiana, la Polisportiva; i dirigenti della sinistra avevano creato un piccolo settore giovanile e dunque con i miei amici iniziammo lì i primi campionati poi negli anni successivi passai al Suelli e alla Polisportiva. Era una competizione sana, un antagonismo che poi si evidenziava soprattutto nel periodo delle elezioni; attacchinaggio di manifesti e distribuzione di volantini. Se oggi una persona vuole fare attività è più facile fare associazionismo dato che la politica è scomparsa, ma anche il terzo settore è in crisi.

Ecco, volevo arrivare a questo; come presidente vuoi provare a ricreare quell’attività associativa di un tempo? Come immagini le Acli della Sardegna?
I numeri non sono più quelli di un tempo, banalmente anche a livello demografico è molto difficile fare qualsiasi tipo di attività dato che ci sono pochi giovani nei nostri paesi. Anche organizzare la festa del patrono, ad esempio per le leve più recenti, per quelli nati nel 1990, è difficile perché magari quell’anno ne sono nati due oppure i più sono già emigrati; capisci bene che diventa tutto più in salita. Quindi l’obiettivo potrebbe essere magari quello di trovare delle persone, anche pensionati non solo giovani, che abbiano del tempo libero da dedicare, formarli sui principali servizi dell’associazione o su come dare delle prime risposte e creare una sorta di segretariato sociale. Oggi grazie alle nuove tecnologie è possibile lavorare anche a distanza e tutti, anche nel piccolo, con un paio di click potrebbero dare un aiuto anche alle persone che non hanno questa possibilità. Si può anche solo iniziare con una postazione informatica preparando minimamente le persone a dare le prime risposte e poi avere l’assistenza dei servizi storici dell’associazione (CAF, Patronato, assistenza per aiuto nel capire a quali servizi si ha diritto).

Dunque non solo giovani per continuare a offrire presenza e servizi per la comunità?
Quello potrebbe essere solo un primo passo, poi quello che ho sempre detto è che si potrebbe fare un accordo con tanti comuni o unioni di comuni anche per il servizio civile. Penso a Cagliari e alla città metropolitana: le Acli hanno esperienza di progettazione e formazione per i comuni che fanno parte di quest’area, si potrebbe estendere questo servizio a tutto il territorio regionale. E ancora, abbiamo un’esperienza anche sull’organizzazione di alcuni progetti in vari settori, cultura e sport, immigrazione e inclusione sociale; abbiamo sperimentato tanti altri progetti a favore ad esempio degli emigrati sardi nel mondo o dei rifugiati ucraini. Questa grande capacità la potremmo mettere a frutto, con partenariati o protocolli di intesa, con altre organizzazioni. La presenza di un ragazzo del servizio civile in un comune o comunque in un’area geografica, potrebbe dare risposte e sostegno a quella comunità; si può provare a ricominciare anche così, piccoli interventi di giovani e anziani per ricreare senso comunitario e piacere di vita insieme.

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