Si è svolta ieri a Sassari, presso l’Aula Piras del dipartimento di giurisprudenza dell’Università, la conferenza “La governance della sicurezza a un bivio. Attori, strumenti e sfide emergenti per il policy-making”, incontro finale del progetto PRIN PNRR “How to reduce crime and disorder? An impact evaluation of the italian administrative orders”. Fra i relatori della conferenza, dedicata alla sicurezza urbana, anche il presidente delle Acli di Sassari Giuseppe Fresu.
Presidente, l’appuntamento di ieri ha messo attorno allo stesso tavolo, istituzioni regionali e autonomie locali, con la partecipazione dell’Assessore regionale agli Enti Locali e della Presidente di ANCI Sardegna. Ci racconti com’è andata.
Come presidente delle ACLI provinciali di Sassari ho portato il saluto dell’Osservatorio sulle Politiche della Sicurezza e Prevenzione della Criminalità (Opólis), di cui sono responsabile, e un ringraziamento all’Università di Sassari, in particolare al Prof. Calaresu e al Prof. Tebaldi, per un invito che considero particolarmente significativo.
Il titolo dell’incontro “la governance della sicurezza a un bivio” evoca degli scenari sia nazionali che internazionali abbastanza inquietanti.
Mai come di questi tempi Il titolo di questa giornata – la governance della sicurezza a un bivio – non è solo efficace dal punto di vista scientifico: è una fotografia molto realistica del momento che stiamo vivendo. Siamo davvero a un bivio! Da una parte, c’è la tentazione di risposte semplici, emergenziali, spesso guidate dalla paura o dalla pressione del dibattito pubblico. Dall’altra, c’è la possibilità – più complessa ma anche più solida – di costruire politiche di sicurezza integrate, fondate su dati, cooperazione istituzionale e coinvolgimento delle comunità.
Cosa ci può dire della situazione in Sardegna alla luce dei dati che l’Osservatorio ha raccolto in questi mesi?
Il caso sardo rende questo bivio ancora più evidente. I dati ci dicono che la Sardegna, nel complesso, rimane una delle regioni più sicure d’Italia. Eppure, la percezione di insicurezza cresce. Questo scarto tra sicurezza reale e sicurezza percepita non è un dettaglio: è un problema politico e sociale centrale. È in quello spazio che si producono sfiducia, polarizzazione e, talvolta, cattive politiche. Il lavoro fatto dall’Osservatorio ci restituisce un quadro molto chiaro e, allo stesso tempo, complesso. In Sardegna emergono priorità precise, che non possono essere ignorate né affrontate separatamente. Parliamo di sicurezza urbana e dei fenomeni di degrado che incidono sulla vita quotidiana delle persone; dell’abuso di alcolici e droghe, che alimenta conflitti, violenze e fragilità sociali; delle rapine a mano armata e degli attentati agli amministratori locali, che colpiscono direttamente il funzionamento delle istituzioni democratiche. Accanto a questi fenomeni, osserviamo la crescita della criminalità minorile e delle gang giovanili, l’abusivismo edilizio e ambientale, e una strutturale carenza di risorse per il monitoraggio e il controllo del territorio, soprattutto in alcune aree dell’isola. A ciò si aggiungono criticità gravi come il sovraffollamento e le difficili condizioni di lavoro nei penitenziari, che rappresentano un problema di sicurezza ma anche di dignità e diritti.
Il quadro si completa con le forme più strutturate e meno visibili della criminalità: il riciclaggio di denaro, il gioco d’azzardo come fattore di vulnerabilità sociale ed economica, gli omicidi intenzionali, la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di droga, fino ai reati informatici, che mostrano come le minacce alla sicurezza non siano più solo fisiche, ma anche digitali.
Queste priorità ci dicono una cosa molto semplice: la sicurezza in Sardegna non è un problema unico, ma un intreccio di problemi, e proprio per questo non può essere affrontata con risposte settoriali, emergenziali o esclusivamente repressive.
Detto così sembra uno scenario molto inquietante.
Ribadisco il concetto: la Sardegna rimane una delle regioni più sicure d’Italia, il target della sicurezza attesa evidentemente è molto alto, immaginiamo un confronto con quanto avviene in altre aree geografiche del mondo, Sud America, Africa, Medio Oriente; siamo veramente disposti a scambiare la nostra isola con quelle regioni? Ovviamente parlo di sicurezza ma anche di libertà che sono due aspetti correlati dello stesso problema.
Dunque la sicurezza non può essere ridotta a una questione di ordine pubblico?
La sicurezza è principalmente governance: riguarda il modo in cui le istituzioni cooperano, come le politiche si integrano, come i territori vengono ascoltati e come si costruisce fiducia.
E riguarda, soprattutto, la capacità di leggere la complessità senza semplificarla. In questo senso, vorrei richiamare il lavoro svolto nel Tavolo e nella Commissione territoriale con la Prefettura di Sassari, che rappresenta un esempio concreto di quella governance collaborativa di cui oggi parliamo. È uno spazio in cui istituzioni, forze dell’ordine, enti locali e terzo settore si confrontano non solo sull’emergenza, ma anche sulla prevenzione, sulla lettura dei fenomeni e sulla costruzione di risposte condivise. È un lavoro spesso silenzioso, ma fondamentale, perché trasforma la sicurezza da tema divisivo a terreno di responsabilità comune.
Quali sono le parole chiave che sono state evidenziate nella mattinata di lavoro?
Il lavoro di ricerca che è stato illustrato è prezioso perché rimette al centro tre parole chiave che come ACLI sentiamo profondamente nostre: integrazione, innovazione, condivisione. Integrazione tra livelli istituzionali e tra politiche diverse: sicurezza urbana, politiche sociali, educative, sanitarie, abitative.
Innovazione nei metodi, nell’uso dei dati, nella valutazione delle politiche pubbliche, per evitare risposte simboliche o inefficaci.
Condivisione della conoscenza, perché la sicurezza è un bene pubblico e non può essere gestita in modo opaco o tecnocratico.
Qui entra dunque in gioco il ruolo del terzo settore.
Le ACLI, come molte altre realtà associative, non sono attori “di contorno”. Sono presidi sociali, luoghi di ascolto, antenne sul territorio. Intercettano disagio, fragilità, conflitti prima che diventino problemi di ordine pubblico. Questo non sostituisce lo Stato, ma lo rafforza. Una sicurezza democratica ha bisogno di istituzioni forti e di una società civile organizzata e responsabile.
La collaborazione istituzionale, non rischia di essere solo uno slogan?
È una condizione necessaria. Nessun attore, da solo, è in grado di governare fenomeni complessi come quelli che attraversano oggi la Sardegna: dal disagio giovanile alle dipendenze, dalle nuove forme di criminalità ai rischi legati alle trasformazioni economiche e digitali. Servono reti, fiducia reciproca, linguaggi comuni. Le politiche integrate della sicurezza vanno esattamente in questa direzione. Non negano i problemi, non minimizzano i rischi, ma li affrontano tenendo insieme prevenzione, inclusione, legalità e diritti. Perché una sicurezza che sacrifica la dignità delle persone o che criminalizza la marginalità è una sicurezza fragile, destinata a produrre nuove insicurezze.
Quindi siamo veramente a un bivio?
Si, ma non siamo fermi. Questa giornata all’Università di Sassari, dimostra che in Sardegna esiste una comunità scientifica, istituzionale e sociale capace di dialogare, di valutare, di correggere rotta quando serve. Come ACLI provinciali di Sassari, vogliamo essere parte attiva di questo percorso: non come portatori di soluzioni semplici, ma come costruttori di alleanze. Concludo con un auspicio: che la governance della sicurezza non imbocchi la strada della scorciatoia, ma quella – più impegnativa – della responsabilità condivisa. Perché la sicurezza, quando è davvero tale, non divide: tiene insieme.
Un’ultima provocazione slegata dal tema principale: da diversi anni la città di Sassari viene criticata perché priva di una vera vocazione ed incapace di essere attrattiva dal punto di vista economico e culturale.
Non condivido questa impostazione, è vero che ogni territorio ha necessità di riscoprire una sua vocazione ma i dati ci dicono che Sassari è una città viva e in fermento, ancora con molto potenziale da attivare. Occorre che tutti i soggetti coinvolti partecipino come network a questo processo di elaborazione.“Sassari città di pensiero” potrebbe essere lo slogan dei prossimi anni.












