Un aclista in parlamento: Silvio Lai parla del suo impegno da deputato per i prossimi anni

Silvio Lai, dirigente nel mondo sanitario, segretario generale delle Acli della Sardegna dal 2019, torna in Parlamento dopo una pausa istituzionale di 5 anni. In questi anni è tornato alla professione sanitaria e all’impegno da dirigente nelle Acli regionali, nella riorganizzazione della rete del terzo settore, nell’innovazione dei servizi associativi, nella ricerca sociale e nella formazione intorno agli eventi che hanno attraversato l’Italia e l’Europa e che sono ancora vivi.

Lo abbiamo intervistato sulle sue sensazioni e sugli impegni per i prossimi anni per il Paese, la Sardegna e per l’associazionismo.

La risposta elettorale del paese è stata chiara; a suo avviso, che tipo di Italia hanno in mente i vincitori delle elezioni?

Non c’è una maggioranza nel Paese ma una coalizione tra le altre, quella di destra, ha saputo interpretare la legge elettorale e con il 45% dei consensi ha saputo conquistare una larga maggioranza in Parlamento, la più chiara e netta dal 2008. In questo modo il Governo che nasce ha un mandato netto sul piano parlamentare ma sa di avere dalla sua parte solo metà, o meno, del Paese e con questo dovrà fare i conti. Ad esempio dovrà condividere le scelte più delicate sul piano sociale e non potrà aggredire, come pure ha promesso, i diritti civili. Dall’altro lato hanno fatto promesse impegnative sul piano economico e sociale che se applicate produrranno disuguaglianze e discriminazioni. La flat tax, quota 102, la riduzione del reddito di cittadinanza sono impegni presi che se attuati incideranno sulle persone subito e costeranno per il futuro.

Le ACLI, col manifesto “Il paese della dignità” avevano proposto una serie di temi; crede che questi temi incontreranno l’attenzione di chi ha vinto le elezioni?

Io spero davvero di sì. I temi proposti in quel documento sono davvero essenziali e potrebbero andare oltre le divisioni ideologiche. Dipenderà dalla sensibilità del nuovo Governo, quanto del nuovo Parlamento. “Pensare ad un Paese che non discrimina e non accetta disparità, ad un Paese dove il colpevole è chi genera miseria e non i poveri, ad un Paese con soli contratti di lavoro veri, solidi, nel quale si operi in sicurezza, ad Paese con un fisco equo, perché tutti versino in base alle proprie capacità” così si leggeva nel manifesto delle Acli. Il contrario di questo è un Paese non equo che aiuta ad evadere le tasse, a discriminare i diversi, che facilita il precariato e che guarda ai poveri come a chi è colpevole del proprio status, togliendo dignità. Può essere così il Paese disegnato da chi ha avuto la maggioranza del Parlamento? Se guardo alle proposte fiscali e a quelle sull’emigrazione o sul reddito di cittadinanza temo di sì. Ma, nel mio ottimismo, spero di no e spero, in particolare, che ci si ritrovi con una opposizione politica ed una sociale che si uniscono per impedire ingiustizie e discriminazioni.

Cosa porterà della sua esperienza come aclista nella Camera dei deputati?

L’attenzione alla realtà dei bisogni con cui si scontrano ogni giorno le persone: i tempi della politica, la percezione delle urgenze, la mancanza di programmazione sono difetti della politica che nel mondo dell’associazionismo e nel sociale non esistono. Sono i tempi del bisogno e la percezione delle urgenze a dettare i tempi delle associazioni, e programmare è l’unica strada per non rendere precarie e inadeguate le risposte che si danno al bisogno. In secondo luogo la dimensione della dignità: non può la politica limitare il proprio impegno al minimo che serve alle persone. Lo dice il Papa, la cittadinanza e la dignità personale passano dalla dignità nel lavoro e da un lavoro dignitoso nei luoghi e nei modi.

Questo è il suo secondo mandato, in cosa a suo avviso sarà differente rispetto al primo?

Intanto sono passati 10 anni dal mio primo mandato e ne sembrano passati anche molti di più. Nel frattempo gli italiani hanno stravotato nell’ordine Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini e ora la Meloni nell’illusione di trovare soluzioni facili ad una condizione complessa e multifattoriale. Si dà la colpa all’euro, o alla globalizzazione o alla Cina o alla Russia o all’Europa di questioni che hanno molte origini con soluzioni alle quali occorre contribuire con molti strumenti. E poi si corre dietro alle illusioni che si possa tornare indietro ad inseguire nostalgie di tempi che sembravano migliori ma che non lo sono. Oppure che si possa cambiare senza un sacrificio, senza una rinuncia. Come si legge nel manifesto delle Acli “serve un Paese che non tema qualche sacrificio per contrastare la crisi climatica e i conflitti armati”.

Viviamo un periodo di crisi legata a una pandemia mondiale e a una guerra alle porte; quali sono le risposte che la politica dovrebbe dare ora?

In primo luogo occorre un patto della politica sulla verità: non si possono illudere i cittadini che esistono scorciatoie per le quali si possono evitare i sacrifici necessari in una condizione di difficoltà. In secondo luogo tenere una forte connessione con l’Europa senza rinunciare a combatterne gli egoismi nazionali e le resistenze all’unità e alla solidarietà. In terzo luogo occorre che la politica non si pensi autoreferenziale ma riconosca la grande autorevolezza e la grande fiducia che la cittadinanza ripone nel terzo settore e nel volontariato, riconosciuto come un grande veicolo di solidarietà e di tutela.
È attraverso il terzo settore, il sindacato e le forze organizzate che può e deve passare un patto nel Paese per rilanciarlo: vedo il rischio che le grandi operazioni positive fatte dall’Europa grazie all’iniziativa di Italia, Francia e Spagna e alla conversione della Germania, come il PNNR o il SURE possano essere sottovalutate e fallire per la mancata partecipazione di cittadini e associazioni, in un’idea che sottovaluti come la democrazia debba essere alimentata dalla partecipazione. Ecco, per dirla ancora con il manifesto della Acli, un Paese che sceglie la dignità come guida non può non avere la partecipazione come asse della sua democrazia e la nuova partecipazione passa anche per il “vecchio” modo di stare insieme, nelle associazioni di rappresentanza, nei sindacati, nel terzo settore.

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